Albino LUCIANI
Catechetica
in Briciole
I
1.
- Che cos'è il Catechismo
1.
— Catechismo è parola greca che
significa: parlo dall'alto. Oggi, questa parola viene adoperata in tre sensi: a)
insegnamento a viva voce della religione («frequentare il catechismo»); b)
libro che contiene le verità religiose in forma semplice e piana («comperare
un catechismo»); c) le verità stesse contenute nel libro o esposte
nell'insegnamento («il catechismo» ci insegna che...).
2. — Il primo significato
di insegnamento è più comune.
Si badi,
però, che si tratta di un insegnamento speciale:
non è istruzione della sola mente, ma educazione di tutta la vita: non mira
solo a mettere in testa alcune nozioni, ma trasmette solide convinzioni, così
vive e forti da portare alle opere buone, all'esercizio delle virtù.
Mi spiego. Ho due catechisti: il primo parla e spiega bene, ma non fa
migliori i fanciulli; il secondo è meno bravo, ma sa fare così bene coll'esempio,
con la convinzione che l'anima, con le sue esortazioni, che alla sua scuola i
fanciulli diventano più buoni, si invogliano a frequentare
Ho due
fanciulli: uno sa a memoria il testo e lo capisce, ma la sua vita non è quella
insegnata dal testo. L'altro ricorda pochino, ma si sforza di diventar migliore
per mettere in pratica ciò che ha studiato. Questi ha imparato il catechismo
sul serio.
3.
— Chiesero a Michelangelo: «Come fate a produrre statue così piene di vita?»
Rispose: «Le statue sono già nel marmo. Tutto sta a cavarle fuori».
I
fanciulli sono, come il marmo, della materia grezza: se ne può ricavare dei
galantuomini, degli eroi, perfino dei santi. E questa, è l'opera del
catechista.
4. — Messo da parte il
catechismo, non saprete che mezzi adoperare per fare buoni piccoli e grandi.
Tirerete
in campo la «dignità umana»? I piccoli non capiscono che cosa sia, i grandi
se ne infischiano.
Metterete
avanti «l'imperativo categorico»? Peggio che peggio.
E' ben
diverso, invece, se parlerete a piccoli e grandi di Dio che tutto vede, che
premia e castiga, che ha dato una legge santa ed inviolabile, che offre i
Sacramenti per rafforzare la nostra volontà buona, ma tanto debole ed
incostante.
5. — Lo so: parecchi hanno
studiato il catechismo e ciononostante sono diventati cattivi.
Ma il catechismo avrà
almeno messo nel cuore il rimorso: il rimorso non lascerà loro aver pace nel
peccato e presto o tardi li ricondurrà al bene.
6. — Si dice che anche la
filosofia e la scienza sono capaci di far buoni e nobili gli uomini.
Ma non c'è
neppur confronto col catechismo, che insegna in breve la sapienza di tutte le
biblioteche; risolve i problemi di tutte le filosofie e soddisfa alle ricerche
più penose e difficili dello spirito umano.
Il
catechismo spiega perché si soffre a questo mondo, come bisogna impiegare la
ricchezza, perché tutti devono lavorare. Ci mette avanti Cristo per modello e
ci dice: Fate come Lui! E' vostro fratello. Vi vuol bene, vi perdona, viene a
vivere in voi!
Il
catechismo ci grida continuamente: Sii buono, sii paziente, sii puro, perdona,
ama il Signore! Insomma non esiste al mondo forza moralizzatrice più potente
del catechismo.
2.
- C'è bisogno di Catechismo
7. — Peccato che questa
immensa forza sia poco sfruttata! I fanciulli studiano poco il catechismo; gli
adulti, perché si illudono di averlo studiato, non lo studiano più. E così c'è
in giro una Ignoranza religiosa incredibile: gente che conosce la scienza e ha
letto cataste di libri non sa nulla del cristianesimo in mezzo a cui vive, non
ha mai letto il Vangelo per intero, scambia un funerale della sera per una Messa
ecc.
Senza
dire di tant'altra gente, che frequenta
8. — Dei bambini
piccolissimi, si dice: «Son tanto piccoli!
È troppo presto per insegnar loro la
religione»!
Ed invece
un educatore a una mamma che chiedeva quando dovesse cominciare l'istruzione del
suo bambino di due anni, rispose: Subito. Siete in ritardo per lo meno di tre
anni! Voleva dire che i bimbi sono capaci di impressioni religiose fin dai primi
istanti della loro vita.
E un
altro educatore scrisse che nemmeno in quattro anni di università un uomo
impara tanto quanto nei primi quattro anni della vita. Tanto sono decisive e
indelebili le prime impressioni!
9. — C'è chi dice con
Rousseau: Voglio rispettare la libertà di mio figlio, non voglio imporre alcun
insegnamento religioso. A vent’anni
sceglierà.
Ma
pensano questi genitori che in realtà ai loro figlioli hanno imposto tutto? La
vita, intanto, perché non hanno chiesto il permesso dei figli per metterli al
mondo: e poi il cibo, i vestiti, la casa, la scuola...
D'altra
parte, chi si metterà, a vent'anni, a studiar religione? Vent'anni! L'età di
tutti gli esami per quelli che studiano, l'età del lavoro, del mestiere,
dell'officina, dell'ufficio per gli altri. L'età delle passioni, dei
divertimenti, dei dubbi. Chi avrà voglia o tempo di prendersi i grossi volumi,
studiarvi sopra tutte le religioni di questo mondo per vedere quale sia la vera
e migliore?
E poi,
non aspettano, i genitori, che le malattie siano entrate nel corpo dei figli per
cacciarle a forza di medicine; fanno invece di tutto, perché non entrino nel
corpo.
Altrettanto
si deve fare con l'anima: metterci il catechismo, il timor di Dio, affinché i
vizi non entrino: non aspettare che i vizi siano entrati per aver la
consolazione di cacciarli con la religione.
10. — Il nostro ragazzo deve
lavorare, deve studiare!
— Ma
prima ancora deve diventar buono, deve essere premunito contro tutte le
seduzioni e le tentazioni di domani.
Non è
con la tavola di Pitagora o con un banco da falegname o con un diploma che si
sbarra la via alle passioni.
Questo
ragazzo è atteso al varco: domani la donna, il giornale, il cinema, l'osteria
se lo disputeranno. Mandar avanti dei giovani o delle figliole senza catechismo
sulla strada del mondo è lo stesso che mandare dei soldati alla guerra senza
giberne, senza cartucce, e farne degli sconfitti e degli infelici.
11. — I grandi si scusano:
abbiamo già studiato, il catechismo!
Ma da
ragazzi; ed era catechismo per ragazzi, fatto di poche nozioni, con immagini,
parole e sentimenti infantili, roba che accarezzava l'immaginazione, il cuore.
Ma adesso che siete adulti occorre qualcosa di più sostanzioso che rischiari la
testa e guidi la vita. Adesso occorrono ragioni solide, chiare, risposte
convincenti, per respingere vittoriosamente gli attacchi che d'ogni parte volano
contro la fede.
Mai come
oggi s'è sentito bisogno di catechismo.
3.
- Ci sono leggi sul Catechismo
12. — Nessuna meraviglia
quindi che le leggi divine ed umane abbiano imposto e regolato lo studio del
catechismo.
Le
leggi divine riguardano soprattutto i Vescovi
ed i genitori; ai primi Gesù Cristo
ha intimato: «Andate ed insegnate»; ai secondi, Dio, attraverso la voce della
natura, dice: in questi figlioli che vi affido, non vi do’ solo un corpo da
nutrire e da vestire, ma anche un'anima da educare ed elevare.
Le
leggi umane hanno precisato le leggi divine. E' intervenuto il Papa con otto famosi
canoni (1329-1336) del Codice Canonico e con altri documenti celebri; sono
intervenuti il Concilio Provinciale Veneto, poi il Vescovo col Sinodo, poi lo
Stato per le scuole, poi l'Azione Cattolica per i suoi iscritti.
13. — Le disposizioni più
importanti di queste leggi umane sono le seguenti: E' dovere gravissimo e
proprio dei Parroci impartire con ogni cura l'istruzione catechistica al popolo
cristiano. Aiutano i Parroci i cristiani di buona volontà, tra i quali, primi,
i Religiosi, le Suore, gli iscritti all'Azione
Cattolica ed i Maestri che
accettano di impartire l'insegnamento religioso nella scuola elementare.
14. — Ogni Parrocchia deve avere i seguenti corsi di catechismo per
fanciulli: preparazione alla prima Comunione; preparazione alla Cresima; Scuola
parrocchiale festiva pei fanciulli; Scuola feriale da farsi nella Casa della
Dottrina Cristiana, in altre aule o anche in Chiesa o nelle case private.
Inoltre, ci deve essere un Corso festivo di Catechismo per adulti, da tenersi la
sera o almeno alla Messa più frequentata.
15. — Nelle scuole elementari il catechismo si insegna dal maestro per
un'ora e mezzo alla settimana nelle prime due classi e per due ore nelle classi
3.a, 4.a, 5.a.
Nelle
classi 3.a, 4.a, 5.a, poi è concesso ai sacerdoti di svolgere ogni anno un
corso di 20 lezioni integrative.
16. — L'Azione
Cattolica completa questi insegnamenti con corsi annuali per i suoi
iscritti. Corsi con programmi precisi, chiusi con esame, graduatoria;
premiazione a base foraniale e diocesana, regionale e nazionale. Corsi che
salgono dalle semplici nozioni per Piccolissime e Bambini di Azione Cattolica,
su su, fino ai testi delle Beniamine e dei Fanciulli, degli Aspiranti e delle
Aspiranti, dei Giovani e delle Giovani, degli Uomini e delle Donne, fino ai
Corsi dei Fucini e dei Laureati. A trent'anni, un uomo o una donna, iscritti
nell'Azione Cattolica dall'infanzia, hanno partecipato a 26 corsi e subìto 26
esami di catechismo.
— Il
catechismo è solo «istruzione»?
— E'
utile?
— E'
necessario solo ai piccoli?
— Ci
sono leggi che impongono l'insegnamento del catechismo?
—
«Mio figlio ha già fatto la prima Comunione. Non lo mando più a Dottrina»
— «Mio
figlio, se vuole, si istruirà da grande»
II
IL
MAESTRO DI CATECHISMO
1.
La missione del Catechista
1. — C'è un quadro del
Murillo chiamato «I fanciulli della conchiglia». In uno sfondo tranquillo e
sereno, mentre Angeli dall'alto guardano e sorridono, Gesù Fanciullo dà a
bere, in una conchiglia, al piccolo Giovanni Battista l'acqua attinta ad un
limpidissimo ruscello che scorre ai piedi.
Ecco la
missione del catechista: sostituire Gesù e dare ai fanciulli, col catechismo,
l'acqua della vita eterna.
2. — E’ una missione nobile. Il catechista continua l'opera di Gesù,
degli Apostoli; si mette in linea coi Vescovi, coi sacerdoti, coi missionari;
aiuta la famiglia che non sempre può e sa da sola educare i figli; aiuta la
patria col formare buoni cittadini. Aiuta soprattutto
Ma cosa
si raccoglie in una prima Comunione, in un Matrimonio ben celebrato? Quel che il
catechista ha seminato.
E chi va
alla S. Messa, alle funzioni, e chi ne ricava un frutto pratico? Chi è stato
preparato con catechismo serio, continuato.
Chi si
confessa con accusa sincera, con vero dolore e proposito fermo? Chi ha avuto un
bravo catechista che gli ha comunicato circa
Uomini
grandi come Alessandro Volta, Silvio Pellico e Cesare Cantù ritennero onore
spiegare quasi tutte le domeniche il catechismo ai bambini nella Chiesa
parrocchiale.
Anche
Napoleone insegnò il catechismo negli ultimi anni e Carlo Alberto istruiva
personalmente i figli sul modo di confessarsi, comunicarsi e ascoltare
Pio X ha
detto: quello del catechista è oggi il più
grande di tutti gli apostolati.
3. — E' una missione difficile. Le difficoltà vengono anzitutto dagli
alunni. I fanciulli sono spesso leggeri, incostanti, irrequieti, distratti da
cento cose. Le famiglie talvolta aiutano poco l'opera del catechista e perfino
la ostacolano o la distruggono.
Altre
difficoltà riguardano il catechista stesso, che si sente impreparato a
insegnare, ha poco tempo, teme di legarsi, deve sottostare alle fatiche della
preparazione, della disciplina da tenere ecc. ecc. E poi il catechista va
incontro allo scoraggiamento, tanto più facile quanto maggiore era stato
l'entusiasmo nel cominciare. Non si vedono frutti, si incontrano resistenze, si
provano delusioni, amarezze, viene voglia di piantare tutto...
4. — Eppure, è
una missione che porta frutti. Le difficoltà si superano. Chi ha passione e
insiste e ritenta e soprattutto cerca di prepararsi per rendere piacevole,
attraente la lezione, riesce a interessare i ragazzi. I frutti non possono
mancare. Sicura, intanto, è la ricompensa del Signore, che ha detto: «Tutto
quanto avrete fatto a uno di questi piccoli, l'avrete fatto a me», e: «Coloro
che avranno insegnato la giustizia a molti, brilleranno come le stelle
nell’eternità».
Poi c'è
anche il risultato qui in terra. Il contadino raccoglie la messe parecchi mesi
dopo aver gettato il seme. Il catechista è un seminatore: spesso l'effetto del
suo insegnamento si vede più in là, in età più avanzata, una disgrazia, in
punto di morte: spesso il frutto è visibile subito nei fanciulli che imparano,
che diventano più buoni e ci sono riconoscenti.
2.
- Le doti del Catechista
Dipende
soprattutto dal catechista che la sua missione riesca o no. S. Filippo Neri e S.
Giovanni Bosco catechizzavano i ragazzi in qualche angolo di sacrestia, perfino
in istrada, senza lusso di ambienti, senza mezzi, eppure incantavano come maghi
e trasformavano. Avevano quel che occorre più di tutto: le belle doti, che si
possono dividere così:
Doti
religiose che fanno il cristiano;
Doti
morali che fanno l'uomo;
Doti
professionali, o del mestiere, che fanno il maestro;
Doti
esterne che non fanno niente di nuovo, e non sono indispensabili, ma danno pieno
risalto alle doti precedenti e permettono al catechista di brillare davanti ai
ragazzi nella luce completa di cristiano, uomo e maestro.
a)
Doti religiose
5. — Buona condotta. E' una dote capitale. I fanciulli leggono più sul
catechista che sul catechismo; imparano più dalla condotta che dalle parole, più
cogli occhi che con le orecchie. Sono come le spugne: assorbono soprattutto
quello che vedono. E vedono molto: hanno antenne finissime per captare tutto
quello che il catechista è interiormente. Se il catechista non è buono, la sua
voce esterna può dire quello che vuole, ma cento altre voci escono da lui a
smentire ciò che le labbra pronunciano.
Non si
riesce a insinuare nei fanciulli la dolcezza, il perdono, quando, lunghi
pensieri di astio o di vendetta hanno dato una piega dura al nostro volto.
Non si
porta alla purezza con le belle parole, quando brutte abitudini o pensieri
cattivi oscurano la nostra anima.
Il
catechista non può dare ciò che non possiede: anzi, egli non insegna nemmeno
ciò che ha, o ciò che sa, ma ciò che è.
6. — Pietà, Dio ha riservato a sé solo di produrre nelle anime la vita
soprannaturale, ossia
E' come
la lampadina elettrica: unita alla corrente, fa chiaro; staccata dalla corrente,
lascia all'oscuro.
Ci sono
stati dei catechisti che, privi di doti esteriori, scarsi di ingegno e di
cultura, hanno tuttavia ottenuto frutti meravigliosi. Avevano una pietà
profonda che conquistava i fanciulli più che tutta l'eloquenza di questo mondo.
Catechisti
che non solo insegnavano Dio, ma Lo mostravano e facevano sentire, come il
Curato d'Ars, del quale si disse: Andiamo a vedere una trasparenza di Dio!
Non si
concepisce un catechista senza vera pietà. Come può far amare il Signore se
egli, primo, non l'ama? Come insegnerà a pregare, a frequentare i Sacramenti,
se non ha gusto per la preghiera, passione per le funzioni, se non fa bene le
genuflessioni, il segno di croce, ecc.? E la pietà non è una maschera che si
mette e si leva: è un profumo che esce da un'anima desiderosa di piacere a Dio
e che i fanciulli fiutano e riconoscono con una facilità straordinaria.
7. — Convinzione profonda. Il catechista deve essere un entusiasta, un
convinto. Convinto che la sua missione è una cosa grande, che le cose che
insegna sono vere, che i fanciulli, a furia di sforzi, verranno elevati,
migliorati. Queste convinzioni daranno anima, ali al suo apostolato; con esse
egli diventerà un artista del catechismo: senza di esse, resterà un manovale
del catechismo, incapace di edificare e trascinare.
Due
alpinisti scalano una roccia; il primo, perché è di moda; il secondo, per
passione.
Sentiteli
al ritorno: “Cosa ho veduto? — dice il primo — Oh! nulla di speciale:
quattro corde, quattro alberi, dei torrenti, dei prati, un cantoncino di cielo e
nient'altro!”. E sbadiglia.
Dice il
secondo: “Cosa ho veduto? Non lo dimenticherò mai più! Rocce, poi ancora
rocce, e prati e torrenti e azzurro e sole e cose meravigliose!”. E mentre
parla pare che tali meraviglie gli ridano ancora nello sguardo e nell'anima.
Quei due
dicono la stessa cosa, ma è il modo di dire, diverso. Il primo non invoglia
nessuno a tentare una scalata; il secondo invece col suo entusiasmo accenderà
la passione della montagna in altri e guiderà proseliti a nuove vette.
Così il
catechista: non basta che dica, ma, dicendo, deve invogliare, appassionare e
trascinare.
b)
Doti morali
8. — Amare i fanciulli. Lacordaire ha scritto: «Dio volle che nessun
bene si facesse agli uomini fuorché amandoli». Ed è vero.
Se i
fanciulli si sentono amati, spalancano la porta del loro cuore, si fidano,
ascoltano, si lasciano persuadere e fanno.
Se non si
sentono amati, restano diffidenti, fanno per forza, o affatto non fanno.
Il
catechista stesso, poi, sé non vuol bene, ai fanciulli, non troverà mai la
forza di superare gli insuccessi, le noie, le ingratitudini inerenti al suo
ufficio; tanto meno sarà capace di aver fiducia in loro, di compatirli, e di
aver pazienza.
9. — Pazienza. Perché la pazienza è necessaria al catechista. «Coi
fanciulli — dice S. Francesco di Sales — occorre: un bicchierino di
sapienza, un barile di prudenza ed un mare di pazienza».
E lo
sanno tutti, tanto è vero che quando un maestro non riesce coi fanciulli, il
popolo dice senz'altro: «Non riesce, perché non ha pazienza Quando invece un
maestro è capace, virtuoso, il popolo senz'altro esclama: «Quanta pazienza!».
10. — Senso della giustizia. Il fanciullo non sopporta le parzialità e le
ingiustizie e, quando le vede o crede di vederle, soffre, si allontana
chiudendosi in se stesso.
In questa
materia, cose che per noi sono sciocchezze, per il fanciullo acquistano una
importanza straordinaria. Bisogna badare di evitarle, cercando di trattare tutti
alla stessa maniera, guardandosi da simpatie verso i più ricchi, i più
intelligenti, i meglio vestiti, ecc. Se qualche preferenza si può avere e
mostrare è verso i più poveri, i più ignoranti, i deficienti.
11. — Rispetto della verità. Anche alla verità i fanciulli sono
sensibilissimi. Essi hanno una grande fiducia nel catechista. Questi per tanto
non deve mai permettersi, neppure per scherzo, di dire cose non vere o di
parlare con sottintesi o doppi sensi.
Non sarà
mai troppa, a questo riguardo, la prudenza e la cura di non perder davanti al
fanciullo il prestigio di essere uomini di parola. Per esempio, si stia attenti
quando si racconta, a non cambiare i particolari. Il fanciullo, che ha memoria
fedele soprattutto per i particolari concreti, resta male, se nella seconda
volta, li trova diversi dalla prima; nel suo animo sorge il dubbio, che poi
passa con tutta facilità dai dettagli insignificanti alla sostanza e alle verità
insegnate.
c)
Doti professionali
12. — Sapere. Per insegnare bisogna sapere: per insegnare uno bisogna
sapere dieci, per insegnare bene, bisogna sapere benissimo.
Ed ecco
una scala: chi sa benissimo, insegna
bene; chi sa bene, insegna
discretamente; chi sa appena passabilmente,
insegna male.
Alle scuole elementari una maestra insegna non molte cose e più facili
che le verità del catechismo. Eppure si pretende da lei che studi almeno
tredici anni, che superi difficili esami.
Si dice:
Oh! si tratta poi di ragazzi!
Tanto più
è necessario sapere ed avere idee chiare e precise. Se no, non si può parlare
con linguaggio facile e semplice.
Ecco cosa
succede quando il catechista sa poco; nelle teste dei fanciulli entrano errori,
dubbi e confusioni; — il catechista parla e va avanti senza disinvoltura,
senza brio e fiducia in sé; — i ragazzi si accorgono della sua poca scienza,
e addio prestigio di maestro!
13.
— Saper insegnare. Non è lo stesso
che «sapere». Altro è avere le idee nella testa propria e altro farle passare
nella testa degli altri.
Ci sono
dei pozzi di scienza che non riescono a comunicarla agli altri.
E ci sono
degli oratori, bravissimi a parlare ai grandi, che non riescono a fare stare
attenti i piccoli.
E ci sono
dei maestri capaci di insegnare bene ai fanciulli storia e geografia, ma niente
capaci di insegnare il catechismo, che è una materia con difficoltà tutte sue.
Un
catechista quindi non solo deve sapere o avere, la scienza; ma deve avere l'abilità di comunicare ai piccoli la sua
scienza con la didattica, anzi con la didattica
catechistica.
14.
— Per arrivare al possesso di questa abilità, sono utilissimi:
1) Il
senso di adattamento, e cioè, il saper proporzionare ciò che si dice a chi
ci ascolta. Si parla in maniera diversa a bambini di età diversa; e, se i
bambini hanno la stessa età, in una maniera ai meno intelligenti e in un'altra
ai più intelligenti. Si cerca sempre di dire cose facili e di dire in modo
facile le cose difficili. Si devono sempre presentare le cose sotto un aspetto
simpatico che piaccia ai fanciulli e le faccia amare.
2) La
chiarezza: idee poche, ma colorite e incisive; meglio poco e bene che tanto e
confuso; parole facili, che i
fanciulli già conoscono e capiscono, concrete e, se possibile, accompagnate da
immagini. Non si dirà: «La sapienza divina», ma «Dio che è tanto bravo».
Non si dirà: «Pierino si vergognò», ma «Pierino è diventato tutto rosso
per la vergogna». Meglio ancora «Pierino, per la vergogna è diventato rosso
come un galletto».
3) Il
saper raccontare: è una delle migliori risorse per riuscire coi ragazzi,
che sono desiderosi di racconti e bevono avidamente le storie narrate con garbo
ed ampiezza.
d)
Doti esterne
15. — Il fanciullo è un
caricaturista terribile: un minimo di ridicolo che ci sia nel catechista, lo
scopre subito.
Ma
insieme, tutto ciò che esorbita dal comune, che è bravura vera, o armonia, o
grazia, conquista e incanta il fanciullo.
Basta
poco per farei beffeggiare da lui e basta poco per suscitare il suo entusiasmo.
Per
questo, bisogna che il catechista sorvegli e controlli il suo esterno.
16. — Stia attento all'espressione
del volto. I fanciulli la osservano, vi leggono i pensieri che la parola non
è stata capace di dire, ma soprattutto i sentimenti che il catechista nutre per
loro.
Niente,
quindi, sguardo truce. Niente tristezza esagerata. Il fanciullo la prende per
cattiveria. Se abbiamo dei crucci, dei malanni, non facciamoli vedere agli
alunni: e se fuori piove o tuona, il nostro viso sia egualmente sereno,
tranquillo in modo che i fanciulli dicano: il catechista è contento di essere
con noi, egli è buono, ci vuol bene.
17. — Sorvegli lo
sguardo. Ai fanciulli parla più l'occhio che la bocca del catechista:
nell'occhio essi vedono le sfumature della parola. D'altra parte, è con
l'occhio che il catechista li domina e fa sentire che li vuoi dominare. Un
occhio vigile, penetrante, acuto impressiona e soggioga i fanciulli.
18. — Sorvegli il
gesto. Un gesto naturale, sobrio rende più vivace ed attraente la parola,
soprattutto coi piccoli, che sono abituati a supplire i vocaboli che mancano con
la vivacissima mimica, mettendo in moto occhi, mani, persona, tono di voce,
testa, tutto ma il gesto meccanico e goffo ci rende ridicoli e distrae.
19. — Merita una cura
speciale la voce. Il minimo che si
domanda è di articolare bene le parole, senza precipitare, senza mangiar
sillabe, senza ingarbugliarsi. Non gridare, assordando, ma neanche parlar troppo
basso o fra i denti, in maniera che i ragazzi non capiscano o facciano fatica a
capire.
Cominciando,
si parla piuttosto piano per attirare l'attenzione; si prosegue facendo degli alto
e dei basso, dei piano e dei forte,
rallentando in certi momenti e accelerando in altri.
Chi ha un bel timbro di voce, ne approfitti. Un bel timbro, tradendo o
entusiasmo o pietà, può rendere seducenti anche le cose più comuni, come le
fate che trasformavano le pastorelle in principesse.
Il
catechista ha qualche intercalare, ossia una parola o frase che ripete con
predilezione ogni tanto? Si sorvegli; altrimenti lo sorvegliano gli alunni che
alla fine della lezione avranno contato 50 o 60 «insomma» o «non è vero» o
altre simili perluzze.
20. — Il portamento esterno ha pure la sua importanza. L'eleganza
esagerata, il profumo, la cipria, il rossetto della catechista o l'aria da
tagliacantoni del catechista farebbero ridere i fanciulli, ma la trascuratezza,
la sciatteria li impressionerebbero male.
Andando a
far catechismo si va a fare una cosa grande: il vestito sia conveniente, la
capigliatura composta, non manchi la proprietà e il decoro. Lo meritano il
catechismo ed anche i ragazzi.
21. — E finalmente, se il
catechista possiede delle abilità che
impressionano favorevolmente il ragazzo, non le nasconda, ma le usi a favore
dell'insegnamento. Il fatto che egli è un bravo portiere, manda in visibilio
gli alunni? E faccia il portiere, nelle partite, perché i fanciulli attaccano
spesso la loro stima proprio a queste bravure. La catechista ha una bella voce,
fa dei bei disegni? Esterni talvolta queste qualità, non per mettersi in
mostra, ma per far del bene.
3.
- La formazione del Catechista
22. — Per poter diventare
bravi catechisti è indispensabile un minimo di doti spontanee, ossia una certa attitudine
naturale a fare l'educatore.
Caio, che
è gran buon figliuolo, ma che non ha memoria e che parlando balbetta e
s'ingarbuglia, non ha stoffa di catechista.
Sempronio
che è nervoso, eccitabilissimo, e lascia andar continuamente e per cose da
nulla cazzotti e scappellotti, non ha stoffa.
Tizio che
ha una timidità straordinaria, che chiude gli occhi parlando ai fanciulli e non
osa guardare le persone in viso, solo se si corregge può esser messo a tener
una classe di ragazzi.
Resta
quindi che a formare il catechista giovano molto la buona volontà, la
perseveranza tenace, lo studio, l'esercizio: ma a patto che ci sia un fondo di
disposizioni naturali.
23. — Per acquistare le
doti religiose e morali servono la
preghiera, la frequenza ai sacramenti, la meditazione, lo sforzo continuato per
farsi un carattere lieto, paziente, leale, ottimista. Senza la meditazione,
soprattutto, le convinzioni non scendono fino alle profondità dell'anima. Anche
la pratica dell'esame di coscienza e del ritiro mensile giova molto.
24. — Per possedere la scienza
sufficiente, occorre lo studio diligente, assiduo del catechismo.
Non basta aver studiato: occorre studiare ancora, su testi più ampi, ben
fatti, senza dir mai basta, con attenta riflessione.
Non si
richiede, certo, che ogni catechista ne sappia quanto il Parroco, ma è certo
che per insegnare agli altri, per quanto si studi, non se ne sa mai abbastanza.
25. — L'abilità didattica si acquista soprattutto colla pratica. E'
sbagliato dire: adesso frequento un corso o imparo un trattato di pedagogia, e
poi son bell'e pronto per insegnare. Ci si forma solo insegnando.
Seguire
il corso e leggere il trattato, va benissimo; a patto che si applichi subito
quel che s'è sentito e letto. E quando si è messo in pratica, si tornerà a
sentire e a leggere, per vedere dove s'è fatto giusto e dove s'è sbagliato.
E' stato
detto: nei primi dieci anni, il maestro insegna a spese degli alunni. Questo,
forse, è un po' troppo, ma è un fatto che il «mestiere»
dell'insegnamento si resta «garzoni» molto tempo.
26. — Ed anche quando si
è fatto pratica e si ha un po' di esperienza si trema e si sente sempre il
bisogno di imparare. I fanciulli si rinnovano, ed anche le classi. Il catechista
pure deve rinnovarsi e non può
gettar l'ancora e dire: adesso basta.
27. — Oltre che al corso
catechisti, si partecipi, potendo, a raduni,
giornate per catechisti. Buona cosa interrogare catechisti sperimentati: ci
possono suggerire esperienze che sui libri non si trovano. Meglio ancora,
ascoltare le lezioni che essi tengono ai loro scolari. Ottima cosa abbonarsi a
una rivista («Sussidi», «Catechesi»,
«Via, Verità e Vita»), avere a disposizione una biblioteca catechistica, fornita di testi, di cartelloni, disegni e
riviste.
Oltre a
tutto questo, preoccuparsi di farsi uno zibaldone,
ossia una raccolta propria di esempi, racconti, disegni. E' vero che ce n'è già,
stampate, di raccolte simili, ma quella è roba di tutti, e non sempre adatta ai
nostri alunni, o al nostro temperamento. Occorre avere a disposizione del
materiale proprio, che si è esperimentato efficace, che si sa adatto.
Questo
materiale va preparato un po' alla volta. Sento un bel paragone in una predica?
— Me lo metto via! A casa lo scrivo, lo ripongo. Domani potrò tirarlo fuori a
dottrina. Leggo un bel racconto? Giù, due righe sulla carta. Domani lo ripeterò
ai miei fanciulli. E così si diventa ricchi di bel materiale.
— Perché
è cosa grande far catechismo?
— E'
facile insegnare il catechismo?
— «Non
insegno più; tanto non ottengo nulla»
— Perché
è necessaria la buona condotta?
— Quali
doti morali si richiedono nel catechista?
— Quali
sono le doti «del mestiere»?
— Perché
bisogna curare anche l'esterno della persona?
— «Basta
che io faccia la devota durante la lezione»
— «Certi
alunni, non li interrogo quasi mai». E' bene?
— «Ne
so abbastanza per fare il catechismo a quattro marmocchi»!
— Quali
mezzi adopera un catechista per rendersi sempre più idoneo?
— Tutti
possono essere catechisti?
— La
scuola per catechisti è utile?
III
L'ALUNNO DEL CATECHISMO
1.
- E' necessario conoscere il fanciullo
1. — Cosa deve conoscere
un maestro per insegnare il latino a un ragazzo?
— Il
latino! risponderebbe un tedesco.
— Il
ragazzo! rispose l'americano Stanley Hall.
E noi:
deve conoscere l'uno e l'altro: il latino, ma anche il ragazzo.
Difatti:
prima di seminare, il contadino non deve conoscere solo il seme, ma anche la
qualità della terra, cui affida il seme.
Un
falegname deve conoscere le varie qualità di legno: mai più adopererà il
ciliegio che è legno pregiato a fare un manico di badile o un paio di zoccoli.
Così il
catechista: «lavora» il fanciullo; deve conoscere il fanciullo.
2. — E' un grosso sbaglio
quello di credere il fanciullo in tutto simile all'adulto, ma solo più piccolo,
più ignorante, più inesperto.
Guardate
un fanciullo col cannocchiale: apparirà grande come un uomo; vedrete però che
cammina, salta, ride in maniera del tutto diversa da un uomo adulto.
Il
fanciullo non impara come impariamo noi: non può sempre fare quel che noi
facciamo: una cosa che a noi piace molto, a lui non va affatto e viceversa.
Occorre
conoscerlo, sapere quali sono i suoi gusti, le sue possibilità per poterlo
lavorare con intelligenza, adattargli i nostri insegnamenti e sollecitare la sua
collaborazione.
3. —
Ci fu già un pescatore cui piacevano molto le fragole; andato al fiume,
mise sull'amo un bel fragolone, dicendo: — Piace a me, piacerà anche ai
pesci!
Viceversa,
ai pesci non piacevano i fragoloni, ma i vermiccioli che, invece, il pescatore
non voleva neppur toccare.
E così
avvenne che i pesci tirarono diritto e il pescatore restò a bocca asciutta.
Mettete
al posto del pescatore il catechista, al posto dei pesciolini i fanciulli, e
avrete un'idea di quel che succede quando il catechista non si preoccupa di
conoscere i gusti dei suoi alunni per adattarsi a loro.
4. — E bisogna conoscere i
fanciulli non solo in generale, ma uno
per uno, perché tra loro non ce ne sono mai due di perfettamente eguali.
E' stato
detto: «Ogni fanciullo è un inedito, una parola di Dio che non si ripete mai».
Bisogna
soggiungere: ogni fanciullo ha anche diverse edizioni di se stesso, e perciò
non lo si è mai conosciuto abbastanza e non si finisce mai di studiarlo.
5. — Come vive un piccolo
di pochi mesi? Si nutre, piange e quasi tutto il resto del tempo lo impiega a
dormire. Si dorme per stanchezza, per fatica. Cosa ha fatto, dunque, questo
piccolo, per essere sempre stanco? Una cosa semplice: sta crescendo,
sviluppandosi. E questo lo stanca.
E quando
sarà diventato un fanciullo, la fatica sarà maggiore, perché al crescere
s'aggiungeranno salti e sgambetti senza fine.
Il
catechista deve tener presente che il fanciullo non ha solo un'anima, ma anche
un corpo che continuamente sta
stancandosi, per capire e compatire certi atteggiamenti dei fanciulli, per
non affaticarli troppo o troppo a lungo, per non pretendere da loro quello che
non possono dare.
6. — Rousseau ha scritto:
Il fanciullo è buono, un angelo. Lutero prima di lui aveva detto: Macché, è
una bestia.
Più
giusto, Lamartine scrisse: E' un angelo
caduto dal cielo. Un angelo, ma con le ali fracassate; che volerà in alto,
verso il bene, ma con fatica, dopo che qualcuno lo avrà aiutato a mettersi a
posto; che ha buone doti da sviluppare, ma anche cattive inclinazioni, su cui
dobbiamo tener gli occhi aperti.
7.
— E se il fanciullo è battezzato, oltre il corpo e l'anima, c'è in lui
un'altra realtà da tener presente: la
grazia depositata nell'anima dal Battesimo con le virtù della Fede, della
Speranza e della Carità.
Tutte cose che non vediamo, ma che esistono ed aiutano dal di dentro
l'opera del catechista.
Qualcuno
dice: — I piccoli non possono capire certe formule, certi concetti.
Si
risponde: — Da soli, coi soli metodi naturali, no; ma con l'aiuto della Grazia
e della Fede, con la pedagogia soprannaturale, sì.
8. — Concludendo:
Conoscere il fanciullo, è necessario; e lo si deve conoscere non solo in
generale, ma uno per uno; badando non solo all'anima, ma anche al corpo; non
solo agli elementi visibili, ma anche a quelli invisibili, soprannaturali.
2.
- Come conoscere il fanciullo
9. — Fanciulli siamo stati
anche noi: certe cose le abbiamo provate, le ricordiamo benissimo. Ricordiamo ciò
che ci piaceva o atterriva o annoiava.
Star
zitti, seduti, fermi per una mezz'ora, ad esempio, era un tormento per noi: tre
minuti di preghiera, ci sembravano lunghi come mezz'ora: invece mezze giornate
di gioco, in piazza, sulla strada, ci volavano via come minuti. Altrettanto
succederà ai fanciulli odierni.
Ecco,
allora, la prima via alla conoscenza
del fanciullo: chinarci su noi stessi,
sul fanciullo di ieri, per capire il fanciullo di oggi.
10. — La seconda via è costituita dai libri.
Ci sono
libri che studiano e descrivono il fanciullo: testi di psicologia, di pedagogia
ecc. Sono stati scritti per lo più da gente che ha passato la vita in mezzo ai
fanciulli. In essi il catechista può trovare molte cose che da solo non avrebbe
mai trovato o che troverebbe dopo molto tempo.
Ci sono
altri libri che descrivono la fanciullezza dei santi o di grandi uomini. Anche
la lettura di questi può riuscire molto utile al catechista.
11. — La terza via, e la migliore, è il fanciullo stesso. Questi si
squaderna come un libro davanti a noi colle sue azioni e sembra dirci: — Se
volete conoscermi leggete qui.
E si
legge osservandolo: le pose, i gesti,
le parole, le azioni, i silenzi ostinati, i pianti dirotti, i giochi preferiti,
i compagni frequentati son tutte cose che osservate attentamente e ripensate con
giudizio, devono guidarci a conoscere i gusti, le tendenze, i capricci, le buone
qualità, il temperamento.
I momenti migliori per l'osservazione sono quelli in cui il fanciullo non
si sente osservato: nel gioco, per via, in una passeggiata, nei momenti di
entusiasmo, di abbattimento ecc.
12. — Si legge ancora ascoltando
il fanciullo. Parlando con noi, il fanciullo fa due cose: si manifesta e ci
istruisce.
Noi,
infatti, abbiamo qualcosa da imparare dal fanciullo: il suo modo di esprimersi,
le sue frasi semplici, immaginifiche, le sue parole infantili. Sono queste che
poi dobbiamo adoperare, se vogliamo farci capire da lui e rendercelo attento.
13. — Ma l'osservazione
che facciamo sul fanciullo non è completa, se non si estende anche all'ambiente in cui egli vive: la famiglia, la contrada, la
scuola.
Il medico
non guarda solo se i polmoni del cliente sono in buono stato: vuol sapere che
sorta di aria respirano.
Certi
fanciulli sono dotati di buone qualità, ma in casa respirano un'aria viziata,
corrotta per le bestemmie e i discorsi che sentono e i cattivi esempi i che
vedono. Il catechista deve tenerne conto e sapersi regolare.
14. — Chi volesse proprio
studiare a fondo un fanciullo dovrebbe ricordare la piramide di Nicola Pende.
Per
conoscere una piramide a quattro facce, bisogna esaminare ciascuna delle quattro
facce e poi la base. E questo lo sapevamo anche noi. Ma il fanciullo — ha
detto Pende — è appunto simile ad una piramide: possiede una base,
che è il complesso di tendenze ereditato dai genitori, e quattro
facce, che sono: nel corpo: 1) la
forma esterna (aspetto morfologico); 2) gli umori
interni (aspetto endocrinologico); nell'anima:
3) l'aspetto morale; 4) l'aspetto intellettivo.
Studiando
quindi i genitori e la famiglia del fanciullo, se ne possono conoscere un po' le
inclinazioni; studiando il corpo, se ne determina il temperamento; studiando
l'anima si misura la forza delle sue facoltà spirituali.
Ma pochi
sono in grado di poter fare tutti questi studi, che diventano complicati quando
si tratta degli aspetti morfologico e umorale e rivestirebbero un carattere
troppo delicato, quando si volessero esplorare segreti di famiglia.
Noi qui ci accontenteremo di pochissime nozioni facili e pratiche,
avvertendo che si riferiscono di preferenza ad una sola delle seguenti tappe
della vita dei fanciulli: bambino (1-5 anni); fanciullo (6-10 anni); ragazzo
(10-15 anni); adolescente (13-15 anni), giovane.
Qui,
parliamo soprattutto del «fanciullo».
15.
— È tutto sensi. Ha occhi, mani,
orecchi, lingua, gola che vogliono intensamente vedere, parlare, toccare, udire,
gustare. I bei colori lo rapiscono, ma anche i suoni, e certi rumori, o
“fracassi”, che a noi grandi fanno venire il mal di testa, per lui sono
musica. E domanda spesso: Perché questo? Perché quello? Come mai così?
Il bravo catechista deve tener conto di questa grande sensibilità: è ai
sensi del fanciullo ch'egli soprattutto deve rivolgersi: faccia vedere oggetti
religiosi, li faccia toccare, se si può, mostri belle immagini, insegni bei
canti, venga incontro alla curiosità permettendo al fanciullo di interrogare
ecc.
16. — Il fanciullo è tutto movimento e gioco. Argento vivo. Se sta
quieto, se fa la statuetta c'è
da pensare che sia ammalato, perché il fanciullo sano prova un bisogno
incoercibile di muoversi e di agitarsi. Quindi: mobilitare a catechismo le
energie motorie del fanciullo: far muovere con intelligenza e varietà gli
alunni ai fini del catechismo.
Ci sono
dei catechisti che quasi giocano ai 10 Comandamenti, ai 7 Sacramenti, ai 5
Precetti, ai 7 Doni dello Spirito Santo... coi loro fanciulli, identificando
ciascuno di loro in un Comandamento, in un Sacramento, facendoli muovere e
parlare. Altri fanno eseguire in classe un battesimo, una cresima, una scena del
Vangelo ecc.; fanno alzare in piedi gli alunni per una preghiera, per un canto,
ecc. ecc.
—
Questo è gioco — brontola qualcuno — non catechismo.
—
Prego, è parvenza di gioco, in realtà è
cosa seria e sapiente. Il gioco è l'unica cosa che il fanciullo fa con impegno,
buttandovisi con tutta l'anima, più che noi grandi alle cose serie. Perché sarà
proibito dare alla lezione di catechismo l'aspetto di gioco, se ciò le attira
simpatia?
Ci sono
dei catechismi che pretendono essere seri e sono farsa.
Ci sono
dei catechismi che sembrano farsa e sono quanto mai seri per i risultati.
17. — Il fanciullo è tutto cuore e sentimento. Quanto spesso ride e
quanto spesso piange! Ha tante piccole gioie e tanti piccoli dolori, un cuore
che sente molto ed ha un grande bisogno di essere amato.
Il
catechista si guardi dall'urtare il sentimento del fanciullo: l'ironia, per
esempio, non si usa con lui; il rimprovero ed il castigo si usano, ma,
nell'applicarli, bisogna far sentire che son dati a fin di bene, per amore, con
dispiacere.
I grandi
educatori hanno tutti avuto tenerezza di madre verso i piccoli: Don Bosco, S.
Filippo Neri ecc. Il vescovo Dupanloup ammoniva i catechisti: «Siate padri,
siate madri».
18. — Il fanciullo è tutto fantasia. Le immagini vivaci Io impressionano
molto, lo spingono ad imitare subito ciò che ha visto e gli fanno confondere
talora ciò che è accaduto davvero con quello che ha solamente immaginato.
E' dunque
importante dargli impressioni buone e sottrargli le impressioni cattive, tenerlo
lontano dalle scene paurose o immorali, non raccontargli fatti orripilanti o
stravaganti di spiriti che appariscono e di persone portate via dal diavolo...
19. — Il fanciullo ha una memoria strana. Anche i grandi hanno modi
diversi di ricordare: alcuni ricordano soprattutto ciò che hanno visto, altri
ciò che hanno udito o detto; alcuni fissano bene le idee, altri i fatti; c'è
chi ha una simpatia e facilità per ritenere numeri e date e chi invece ricorda
solo cose concrete.
Il
fanciullo ha talora la memoria a intermittenza:
una cosa la ricorda per un po' di tempo, poi la dimentica, poi la torna a
ricordare. Ricorda poco quando è mal nutrito, o sta covando una malattia, o è
in convalescenza. Non ricorda le idee astratte, ricorda invece oggetti,
individui, suoni.
Nel fanciullo. la memoria di solito non
è fedele, perché congiunta all'immaginazione e all'inventiva.
Si capisce da questo che prima di far imparare a memoria una formula ai
fanciulli, bisogna spiegarla bene e assicurarsi che l'abbiano capita. Altrimenti
ne facciamo dei pappagalli.
Sta bene
unire un'idea difficile a un fatto o immagine vivace; si è più sicuri che sarà
ricordata.
Bisogna
ritornare spesso sui concetti principali del catechismo, altrimenti scappano
dalla memoria. «Ripetere senza stancarsi e senza stancare» e cioè dire le
stesse cose con trame diverse in modo che appaiano nuove.
20. — Il fanciullo è tutto fede ingenua. «L'ha detto la mamma, il
Parroco, la maestra. Dunque è vero». Crede facilmente anche alle cose
meravigliose, ai miracoli, ai misteri.
Il catechista deve corrispondere a
questa fiducia piena del fanciullo, rispettando la verità. Mai raccontare
come vero ciò che è inventato; non dar per certo ciò che è dubbio; non
esagerare nel giudicare le azioni (non dire a un. bambino, che ha detto una
bugia: guarda che, se non ti confessi, vai all'inferno); non interpretare a
proprio modo l'intervento di Dio, se no, si rischia di trovarsi nell'impiccio,
come quella mamma che aveva detto al figliolo: «Vedi? Hai giocato ai soldi oggi
che è venerdì, e perciò hai perso». E il fanciullo, subito: “Ma anche per
il compagno che mi ha vinto era venerdì!».
Il
catechista deve approfittare della fiducia
che il fanciulle ha in lui per dargli la fiducia nella Chiesa e in Dio. Il
fanciullo abbia davanti a sé questi tre scalini: il catechista,
21. — Il fanciullo ragiona con fatica. E' ancora tutto immerso nei sensi;
a stento e per breve tempo si alza a pensieri astratti. Chi lo vuol condurre al
pensiero, bisogna che non abbia fretta: che gli insegni poche cose e sempre
conducendolo attraverso fatti, colori ed immagini.
22. — Il fanciullo ha una volontà debole. E’ instabile, capriccioso.
Poi, abituato come è a vedersi circondato dalle premure di tutti nell'infanzia,
tende a considerare se stesso come un piccolo sole e tutti gli altri come
satelliti: lui è nel centro, gli altri dovrebbero essergli attorno; lui
comanda, gli altri dovrebbero obbedire e servire.
Dolcemente, ma con fermezza, bisogna metterlo al suo posto: non al
comando, ma all'obbedienza e alla docilità. Bisogna che non gli passi neppur
per la testa di poter piegare là volontà di chi gli sta sopra; invece, deve
egli piegarsi, in modo assoluto, ai genitori, al maestro, al catechista. Se
questo non si ottiene da lui fin da principio, c'è più poca speranza di
educarlo.
Naturalmente, per riuscire, occorre presentargli le cose sotto l'aspetto
più simpatico e prenderlo per il suo verso, ricorrendo alla persuasione, al
sentimento, rare volte ai castighi.
23. — Il fanciullo è una cosa grande. Hanno chiamato il secolo presente
«secolo del fanciullo», perché mai come adesso ci si è tanto occupati del
fanciullo. Lo si studia con libri, riviste, biblioteche intere; lo si cura con
preventori, colonie, asili, ospedali; lo si educa con scuole di tutti i generi,
l'umanità intera fa siepe attorno a lui, si china sulle sue sorti.
Il
catechista deve andare più in là, vedere nel fanciullo il figlio di Dio, il
fratello degli Angeli e ricordare, che il Signore domanderà conto del come il
fanciullo è stato trattato («Chi accoglie uno di questi fanciulli accoglie me»).
Chi non è persuaso di questo e non prova per i fanciulli rispetto
soprannaturale, non è adatto a stare in mezzo a loro: va a rischio di sciupare
l'opera di Dio.
Domande
e casi.
— Tra
noi grandi e piccoli ci sono solo differenze di statura?
— E'
necessario studiare il fanciullo?
— I
fanciulli sono tutti eguali?
— «Il
fanciullo è tutto bontà; basta non rovinarlo»?
—
Quanti mezzi conosco per studiare i fanciulli?
— «Un
mio fratellino, un cuginetto, un nipotino».
— Leggi
le pagine, che S. Teresa del B. G. ha scritto sulla propria fanciullezza.
— Paolo
si annoia coi ragazzi e parla a fatica con loro. Sarà un bravo catechista?
— La
fantasia, la memoria nei piccoli e nei grandi. Differenze.
— Caio,
catechista, prende in giro gli alunni. Fa bene?
IV
IL
METODO DEL CATECHISMO
1. -
I principali metodi
1. — Ad una data meta si
può arrivare per più strade, con viaggi differenti.
Anche per
insegnare una verità il catechista può scegliere più strade o viaggi, che si
chiamano metodi.
Qui
spieghiamo, con parole semplicissime, i metodi principali.
2. — Metodo induttivo o viaggio di andata. Il catechista considera la
risposta del catechismo come un punto di arrivo. Dopo averla esaminata, si
chiede: Per comprendere questa formula qui, quali idee devono avere questi miei
fanciulli? quali parole devono capire?... Queste e queste... Procuro di metterle
nella loro testa nel modo più attraente possibile; quando le idee e le parole
saranno entrate, leggerò ai fanciulli la risposta, o la farò leggere, e la
capiranno subito.
Facciamo un esempio pratico.
Il catechista deve spiegare la formula del Piccolo Catechismo di Pio X: «L'anima
è la parte spirituale dell'uomo, per cui egli vive, intende ed è libero».
Il catechista si chiederà:
Quali sono in questa formula le parole che i miei allievi non conoscono?
Esaminando troverà che sono: «parte dell'uomo»,
«spirituale», «vivere», «essere libero».
Allora, può raccontare la
creazione di Adamo: ... il corpo dell'uomo era fatto, ma giaceva disteso per
terra, non si muoveva, non parlava... Il Signore soffiò... L'uomo, diventato
vivo, balzò in piedi, cominciò a parlare... Ecco l'uomo diventato completo:
prima che Dio soffiasse esisteva soltanto una parte dell'uomo, il corpo. Dopo il
soffio c'era anche l'altra parte: l'anima (ed ecco detto come l'anima è
parte dell'uomo).
...Una parte importante. Se non era l'anima il corpo di «Adamo» sarebbe
rimasto per terra, rigido, freddo come i sassi. È in grazia dell'anima che è
potuto balzare in piedi e muoversi e camminare. È l'anima che dà la vita, che
fa vivere. Un sasso non si muove, non cresce, non vede, perché è senza anima:
i conigli, le lucertole, gli uccelli mangiano ecc. perché hanno l'anima (e così
i fanciulli capiscono che l'anima fa
vivere).
E continua, facendo che i fanciulli conoscano le rimanenti parole «spirituale»,
«intendere», «esser libero».
Quando finalmente vede che
tutte le idee e parole prima sconosciute sono capite, il catechista tira fuori
la formula e dice: Adesso, state attenti, che impariamo una bella cosa: «L'anima
è...». E alla formula i fanciulli non faranno brutto viso perché già la
conoscono, la capiscono subito, si convincono che la impareranno facilmente.
Questo metodo è razionale,
piacevole pei fanciulli, ma un po' difficile per il catechista.
E'
razionale, perché giustamente
procede dal facile al difficile, da ciò che si sa a ciò che non si sa.
Piace
ai fanciulli, perché, prima che la risposta arrivi, li fa navigare nel mare
dell'avventura e dell'imprevisto; arrivata la risposta, chiara e limpida, li fa
lieti come di una scoperta.
E'
un po' difficile perché richiede
spirito di iniziativa, brio e preparazione accurata.
3. — Metodo deduttivo o viaggio di ritorno. Il catechista considera la
risposta come un punto di partenza. La legge ai fanciulli, ne spiega ogni membro
e tutte le parole, anche le più facili, e non si dà pace fin che tutte le
parti e tutte le parole non sono state ben capite dagli alunni.
Per esempio, il catechista
tirerà subito fuori la formula di prima. Dopo averla letta o fatta leggere,
spiegherà...: «Capite cosa vuol dire spirituale»?
Ve lo dico. Sapete che differenza passa tra una cosa che vive e una cosa che è
morta? Guardate...». ecc. ecc. Alla fine conclude: «Spero che adesso abbiate
capita la risposta».
Questo
metodo è più facile pel catechista, meno attraente per i fanciulli.
Più
facile perché il catechista non ha
che da seguire la formula. Smontare un meccanismo è molto più semplice che
rimontarlo. Ora il metodo deduttivo smonta, pezzo per pezzo, il meccanismo della
formula, mentre il metodo induttivo lo ricostruisce.
Meno
attraente pei fanciulli, perché presenta loro subito una formula non spiegata,
ancora oscura, che non capiscono e non amano.
4. — I due precedenti
metodi possono anche essere riuniti in un viaggio
di andata e ritorno. Così: il catechista spiega prima la risposta con
metodo induttivo, portando i fanciulli alla conquista della formula; una volta
che i fanciulli hanno capito la formula, la fa spiegare di nuovo da loro
deduttivamente, interrogandoli su tutte le parole.
5. — Il metodo induttivo
non va confuso col metodo intuitivo
(intuire = vedere) che vuoi dire: servirsi di immagini, fatti, esempi, ecc. per
fare che i fanciulli «vedano» le cose.
6.
— Metodo attivo. Il catechista,
insegnando, si preoccupa non solo di fare parlare lui, ma soprattutto di far
fare agli alunni e di farli parlare adoperando tutti i mezzi che ha a sua
disposizione.
E' il
metodo che ha usato anche il Signore, ma che è stato studiato scientificamente
in questi ultimi anni. Si è visto infatti questo: — il fare piace ai ragazzi;
— quello che piace, resta loro più impresso; — per fare, il fanciullo è
obbligato a riflettere di più; — dopo aver fatto, dimentica meno.
Ho due
studenti: uno s'è letto un intero trattato sulla radio, il secondo s'è
costruita una radio. Non è il primo che, conoscerà meglio la radio.
Vedo un
ragazzo che sfreccia via in bicicletta. Non mi passa neppur per la testa di
chiedergli che libro ha studiato per andare in bicicletta. Ha provato e
riprovato e presto sarà bravo come Bartali.
Per esempio, restando sempre
alla risposta sull'anima, il catechista procederà con metodo
attivo se metterà in moto i ragazzi; invece che raccontar lui la creazione
di Adamo, la farà raccontare da un allievo che già la conosca; scriverà sulla
lavagna le parole da spiegare; o farà venir fuori due, cui dice: Tu sei l'anima
e tu il corpo. State attenti, io vi dico le belle qualità di ciascuno: voi mi
completerete, ripeterete ai compagni ciò che io dico ecc.; oppure mostrerà un
sassolino ed un grano di frumento, domandando che differenza passa tra l'uno e
l'altro; o ad un certo punto farà alzare tutti in piedi a ringraziare il
Signore per averci data l'anima ecc.
7. — Non bisogna credere
che il lavoro attivo del ragazzo si riduca al «quaderno» con un po' di
disegni, di preghierine o di immagini ritagliate ed incollate. Il bravo
catechista mette in moto tutto ciò che è nel ragazzo: la lingua,
interrogandolo spesso e lasciandogli far domande; gli occhi, mostrandogli immagini, cartoline, cartelloni, proiezioni
luminose, spettacoli della natura, oggetti sacri ecc.; la fantasia, mettendogli avanti bei racconti, fatti, esempi; le mani,
facendogli toccare, quando è possibile, oggetti sacri, invitandolo a fare
disegni, compitini, preghiere scritte; i piedi
e tutto il corpo, conducendolo a visitare una Chiesa, un Cimitero,
facendogli riprodurre qualche scena del Vangelo; il desiderio
di gareggiare, di portar via dei primati, inquadrandolo in una squadra che
compete con un'altra; il desiderio di
arrivare subito ad un risultato pratico, abituandolo a pregare, a far
l'opera buona, ossia la «vittoria» o «frutto pratico».
8. — Spiegheremo più
sotto tutte queste belle cose, che costituiscono i vari aspetti dell'attivismo.
Basti per ora notare che il metodo attivo,
se vuole, può abbracciare tutti i metodi:
l'induttivo, il deduttivo, l'intuitivo ed altri ancora qui non ricordati.
2.
- I principali aspetti dell'attivismo
a)
Far parlare il fanciullo
9. — Al catechismo, i casi
sono tre: o parla il catechista solo, come in una predica (forma espositiva);
o il catechista interroga e l'alunno risponde (forma interrogativa);
o interroga l'alunno e il catechista risponde (forma dialogica). Oppure si adoperano un po' tutte queste tre forme ed
allora abbiamo un quarto caso: forma mista.
Per i
fanciulli, è un supplizio sentir parlare gli altri e tacere, a meno che non si
tratti di racconti. Essi non sopportano un discorso continuo più lungo di due
minuti. Il catechista, quindi, deve
usare solo di rado e brevemente la forma espositiva e ricorrere continuamente
alle interrogazioni e al dialogo.
10.
— Le interrogazioni si fanno per
vedere se il fanciullo ha capito e ritiene (forma catechistica) o per portarlo
piano piano a conoscere un'altra verità (forma socratica). La forma socratica
è talora difficilina a maneggiare; più facile e frequente è la forma
catechistica.
11. — Le domande fatte ai
fanciulli devono essere semplici e chiare,
che attendono una risposta sola. Non si dirà: «Chi e quando fondò
Il
catechista farà, di solito, prima la domanda in generale, poi indicherà
l'alunno che deve rispondere e non viceversa, se no gli alunni non interrogati
non prestano attenzione.
Non va
bene suggerire all'alunno la prima parola o la prima sillaba della risposta.
12. — Attraverso le
domande il catechista verrà a conoscere la prontezza, l'ingegno, la diligenza
dei suoi alunni. Verrà anche a toccar con mano se è stato capace di farsi
capire da loro; vedrà che certe parole, che a lui parevano facilissime, non
erano state comprese o comprese a rovescio. Sono celebri ormai i casi di quel
ragazzo che credeva che
13. — Il dialogo del fanciullo col catechista è una buona cosa: prova che
il fanciullo si interessa, rende varia la lezione; esige però nel catechista
scienza, abilità e prudenza.
Scienza,
se no può trovarsi imbarazzato a rispondere a certe domande.
Abilità:
per tener la disciplina («far parlare», non «lasciar parlare»), per non
perdere tempo inutilmente, per distinguere a colpo sicuro il birichino che
interroga per disturbare e ridere, per sviare le domande che non hanno a che
fare con la lezione.
Prudenza,
nel saper impedire domande delicate o imbarazzanti; nel rimandare schiettamente
la risposta alla prossima volta, se non è pronta; nel saper prevedere le
domande degli alunni.
b)
Far ritenere
14. — Mosé nel deserto
batté col bastone la roccia, dura, e ne venne acqua refrigerante. Un campanone
è muto, silenzioso, fin che non è toccato: percosso dal battaglio, diffonde un
suono potente e regale che vola per chilometri. I fiammiferi lasciati soli sono
dei piccoli cosi insignificanti: fregati, diventano sorgente di luce e di
calore.
La
roccia, il campanone, il fiammifero sono altrettante immagini della formula
del catechismo. Essa è una cosa arida, muta, insignificante fin che non è
spiegata: diventa feconda, parlante, sorgente di luce, se spiegata bene.
15. — Sbaglia, dunque, chi
vorrebbe abolire le formule e lo studio a memoria nel catechismo.
Certi
passi della chimica o del diritto, perché esigono precisione, sono studiati a
memoria da studenti di liceo e di università.
In
religione ci sono delle verità importantissime, delicate e difficili. Che male
c'è, se vengono condensate in formule precise e fatte imparare a memoria a
piccoli fanciulli?
La
formula imparata a memoria è come un attaccapanni, al quale restano appese,
nonostante il passare degli anni, le cognizioni religiose più importanti.
Tanto più
che certe verità, non servono ai fanciulli per il momento, ma solo nel futuro.
Per esempio, le verità sul Matrimonio, sull'Estrema Unzione. Ma come potranno
servire, se non sono ricordate?
D'altra
parte, non è anche la memoria una facoltà da esercitare e far lavorare?
16. — Ma sbaglia anche chi
abusa della memoria e fa consistere il catechismo solo nell'imparar formule.
Ketteler,
l'illustre vescovo di Magonza, definì delitto
far imparare ai fanciulli formule che non capiscono.
Ed è
proprio delitto, perché impone una fatica improba ai fanciulli, lasciandoli
nell'ignoranza e dando loro l'idea che il catechismo sia solo un complesso di
cose senza senso, difficili e astruse.
17. — In altri tempi, alla
formula si facevano seguire queste tappe: 1) formula imparata a memoria; 2) formula spiegata
a senso del catechista i 3) formula praticata.
Mancomale la formula si
spiegava, ma la via più giusta e naturale è la seguente: 1) formula spiegata
bene; 2) formula imparata a memoria;
3) formula praticata.
18. — Il catechista quindi
non farà imparare a memoria la formula, se non l'ha prima spiegata bene.
Oltre che
spiegarla, cerchi anche di farla amare,
presentandola in una luce simpatica.
E cerchi
di facilitarne l'apprendimento. Quando, ad esempio, la formula è stata sentita
più volte a scuola (recitata dal catechista, letta da un alunno, recitata da
tutti) ed è una sola alla volta, i fanciulli restano con l'impressione di
saperla già o di poterla imparare facilmente, e la studiano volentieri.
c)
Dar da vedere agli occhi
19. — Sono occhi che hanno
fame e sete di colori e di visioni e che si aprono estasiati davanti alle
proiezioni luminose, ai cartelloni, alle belle immagini colorate.
Quando si
fa vedere un quadro, la prima impressione dei fanciulli è stupore: (— «Oh...»
Poi, approvazione: «Com'è bello!». Poi, vengono commenti e osservazioni: —
«
20. — Non basta mostrare i
quadri; bisogna aver l'arte di renderli
vivi e parlanti.
Non
si deve quindi aver fretta e passar via presto, ma quando si mostra un quadro,
spiegar tutto: chi sono i personaggi, cosa era successo prima, cosa fanno, cosa
stanno dicendo, da quali sentimenti sono animati. E mettere in bocca ai
personaggi parole e discorsi, in maniera che i fanciulli abbiano davanti quasi
una scena viva e animata. Si può arrivare fino a parlare a nome dei fanciulli
al Gesù del quadro o a far parlare i ragazzi con Lui. Usati a questo modo, i
quadri o le immagini imprimono fortemente le scene nella fantasia, rendono i
fanciulli attenti e interessati, servono molto a destare buoni sentimenti.
21. — Il quadro può
essere mostrato fin dall'inizio della
lezione, se illustra un concetto; quando ricorda un fatto, si può prima narrare
il fatto e poi mostrare il quadro; se
si tratta solo di una figura (Crocifisso, Madonna, S. Luigi) che serve per
edificare, la si mostra al momento dell'applicazione.
22. — La lavagna ha pure
molte cose da far «vedere» ai fanciulli: un nome difficile, il quale eccita la
curiosità e l'interesse e per di più, visto cogli occhi oltre che udito con le
orecchie, sarà ricordato facilmente; un disegnetto,
uno schema, un titolo di lezione, che serviranno ad eccitare l'attenzione e a
ricordar meglio.
d)
Dar da «vedere» alla fantasia
23. — «Un ragazzo deve
fare un pezzo di strada in discesa, d'inverno. La strada è tutta lucida per il
ghiaccio. Il ragazzo ha paura e dice: — Chissà quanti capitomboli dovrò fare
prima di arrivare in fondo! Egli non vuole i capitomboli, e tuttavia prevede che
qualcuno ne farà. C'è in lui, fortissima la volontà di non cadere, ma insieme
la previsione che cadrà. L'una non distrugge l'altra.
Qualche
cosa di simile può accadere a chi va a confessarsi. Egli fa il proposito fermo
di non commettere più il tal peccato, ma insieme prevede che ricadrà nel tal
peccato. Altro è il proposito, altro la previsione». Questo è un paragone.
Con esso, a base di somiglianza, il catechista spiega in poche parole un
concetto un po' difficile: che la previsione di commettere peccato non è volontà
di peccare.
24. — Gli esempi, invece sono casi pratici nei quali si vede applicata la
materia insegnata. Eccone uno sull'obbligo di restituire.
«Antonio
è un contadino. Ha in stalla quattro mucche e porta il latte alla latteria. Ma
ogni giorno mette nel latte un po' d'acqua, perché dice: “Così pesa di più
e prendo più soldi”. Fa bene o fa male Antonio? Rispondi tu, Ernesto.
— Male.
— Fa
male, commette peccato. Contro quale Comandamento fa peccato?
—
Contro il 7° Comandamento: non rubare.
—
Bravo. E perché fa peccato contro il 7° Comandamento?
— Perché
fa danno agli altri che portano il latte.
— Bene.
Ma chi ha recato danno basta che si confessi?
— No, deve restituire.
— E così, anche Antonio.
Non basta che si confessi di aver messo acqua nel latte, ma deve riparare i
danni arrecati, restituendo i soldi alla latteria».
25. — Soprattutto, però,
piacciono ai fanciulli i bei racconti.
I racconti contengono i pregi sia dei paragoni che degli esempi ed oltre che
gettar luce nell'intelligenza, spingono al bene e servono a tener la disciplina
nella scuola. I migliori sono sempre i racconti presi dal Vangelo e dalla Storia
Sacra. Altri possono essere ricavati dalla vita dei Santi o dalla storia, a
patto che siano veri. Talvolta si possono raccontare novelle, fatti verisimili,
parabole, ma allora bisogna avvisare i fanciulli che sono cose inventate.
26. — Saper raccontare bene è una delle migliori qualità del catechista.
Vi riesce chi si fa piccolo come i fanciulli e si adatta ai loro gusti, facendo
vivere e parlare fra di loro i personaggi del racconto, drammatizzando e
sceneggiando.
Così,
per esempio, dovendo raccontare a fanciulli il fatto del mantello di S. Martino,
non sarà sufficiente dire: «Un povero domandò un giorno l'elemosina a S.
Martino: questi, non avendo altro, tagliò con la spada metà del suo mantello e
gliela diede». Al ragazzo questo modo di raccontare non dice nulla: egli è
avido di particolari circa il luogo, le parole, i personaggi. Vuol vedere. E
allora sarà necessario descrivere ambienti, vestiti, far parlare i personaggi.
Così: «Adesso state attenti perché vi racconto un bel fatto. Era una mattina
d'inverno; era caduta la neve e faceva tanto freddo. Per la strada c'era un
povero: era scalzo, aveva indosso solo uno straccio, batteva i denti e tremava
tutto. Ed ecco venire un soldato, a cavallo. Si chiamava Martino. Il povero
stese allora la mano che tremava tutta e chiese: “Ho tanto freddo, fatemi la
carità!” Martino rispose: “Mi dispiace tanto, ma non ho proprio nulla in
questo momento”. Ma poi gli viene in mente un'idea: “E se gli dessi metà
del mio mantello?”. Ferma il cavallo. Chiama il povero e gli dice: “Prendi,
tieni un po' il mio mantello, perché adesso lo taglio e te ne do’ mezzo”.
Tira fuori la spada, taglia il mantello, ecc.»
Narrando,
si stia attenti a usare frasi brevi, parole concrete e chiare, a gettar la luce
là dove deve risplendere. Nel racconto precedente la cosa da mettere in vista
era la carità, il buon cuore di S. Martino. La luce andava gettata sul gesto
pietoso, non altrove.
Si
supponga che, invece, il catechista si diffonda sul cavallo che si avvicina:...
«Ma, ecco, a un tratto, sulla strada gli zoccoli di un cavallo: tròc, tròc...
tròc, tròc... troc, troc. Il cavallo si avvicina. Lo cavalca un soldato
ardito, colla spada al fianco, coll'elmo in testa...». Tutto ciò
interesserebbe molto i ragazzi, ma li scalderebbe per il trotto, per la spada,
per l'elmo facendo passare in secondo ordine l'elemosina e la pietà.
27. — Se vuole «far
vedere» la verità che si sta spiegando, il racconto deve apparire strettamente
unito alla verità spiegata, parte del catechismo, e non come uno zuccherino
staccato, che si dà per far accettare un cibo o una medicina sgradevole. Non si
dica: State attenti che poi vi farò un bel racconto. Vorrebbe dire che il
catechismo non è bello. Ciò naturalmente non impedisce che il racconto si tiri
fuori quando i fanciulli danno segno di stanchezza o alla fine della lezione.
28. — Non sanno ancora
scrivere, i fanciulli, e già tengono in mano con passione gessi, pezzi di
carbone, matite, e vi riempiono di scarabocchi, omini e sgorbi i muri delle
strade, i margini del libro o del giornale che hanno a portata di mano. Ciò
dimostra che si esprimono volentieri col disegno ed ha suggerito di far loro
esternare col disegno anche i pensieri del catechismo e le loro piccole
esperienze religiose. E' nato a questo modo il«quaderno di religione» o «quaderno attivo».
29. — Di esso dobbiamo
dire un gran bene: fa che il fanciullo si applichi al catechismo, come a una
cosa bella e sua; — fa imparare e ritenere di più; fa che a casa si
interessino del catechismo il papà, la mamma, le sorelle, i fratelli chiamati
dal piccolo, in aiuto per il disegno da fare, per l'immagine da scegliere, ecc.
Si verifica più di una volta il caso dei «paperi (oche piccole) che menano le
oche (grandi...), a bere», cioè dei figlioletti che fanno un po' di bene al
padre, allo zio che non vanno a sentir la predica in Chiesa, ma l'ascoltano
tanto volentieri attraverso il quaderno del nipotino o del figlioletto.
30. — Intendiamoci, però:
il disegno lo fa chi vi ha un certo trasporto; i fanciulli che non vi sentono
inclinazione o non hanno attitudini, invece del disegno, scriveranno sul
quaderno qualche altra cosa: coloriranno immagini già disegnate in quaderni
appositamente preparati, metteranno sotto l'immagine una, due o tre righe di
commento; completeranno frasi dettate dal catechista o già stampate sul
quaderno; faranno delle preghierine proprie, dei compitini, dei racconti, ecc. E
non importa niente che i disegni siano rozzi, che i pensierini siano pieni di
errori grammaticali. L'importante è che il ragazzo esprima spontaneamente, come
meglio sa, sul quaderno i suoi pensieri e sentimenti religiosi.
31. — Non è solo il
quaderno che mobilita i fanciulli. Questi si possono far muovere, e nelle mani,
e nei piedi, e nella persona in altre maniere. Per esempio, con giochi
catechistici, con scene catechistiche, con visite alla Chiesa, alla sagrestia
per vedere o toccare i paramenti sacri, l'altare, la pietra sacra, ecc. O quando
i fanciulli sono invitati a preparare il materiale didattico della lezione, a
ritagliare a casa su carta minuscole pianete, stole, a fabbricare un piccolo
altare con tutti gli oggetti, un presepio, ecc. ecc.
f)
Lavoro a squadre
32. — Osservate i giochi
dei fanciulli sui 9-12 anni: sono molto spesso a base di «bande», di «tribù»,
di «squadre». Date un'occhiata agli «sport»: tutto va a base di squadre, di
gare, di primati, di vittorie e di punteggi. E la gente, ma soprattutto i
ragazzi, vi prendono passione enorme. L'agonismo, cioè lo spirito di gara, è
oggi molto sentito; perciò si è pensato di portarlo nel catechismo con il «lavoro
a squadre».
33. — Un esempio: Una classe ha 12 ragazzi; si divide e si formano 3 squadre,
con 4 ragazzi ciascuna; per ogni squadra si elegge un capo,
che deve dirigere, spronare, richiamare gli altri. Si stabilisce un sistema di punti:
1 punto per chi è presente; 1 per chi sa a memoria, 1 per chi sa a senso, 1 per
chi ha fatto la pagina attiva, ecc. I punti dei fanciulli si sommano e danno i
punti della squadra, che vengono segnati di volta in volta su un grafico. La
squadra che raggiunge prima un determinato numero di punti, è vincitrice.
34. — Si noti: Questo sistema, in generale, è fruttuoso soltanto con
fanciulli sui 9-12 anni; richiede
nel catechista pratica, passione, tempo; fatto
funzionare bene, reca parecchi vantaggi: fa lavorare molto i ragazzi, stimola
una emulazione sana (si lavora per la squadra, non per se stessi), educa alla
fraternità, rende la scuola animata, serena, abitua i capi a preoccuparsi dei
compagni, quindi li avvia all'apostolato, mette i fanciulli a contatto con il
catechista, che li può conoscere, istruire meglio.
35. — Perché il lavoro a
squadre riesca: i capi siano adatti,
ragazzi volitivi, che hanno prestigio sugli altri della squadra; le squadre
siano almeno tre, equilibrate nelle forze, ossia quasi eguali per l'intelligenza
e l'intraprendenza dei membri; si scelga ad ogni squadra un
bel nome di battaglia, un distintivo; per segnare i punti si trovi qualche
cosa di immaginoso (giro del mondo, salita alla montagna, giro d'Italia,
colonne che salgono, ecc.); si cerchi che oltre la squadra, possa avere un
premio anche l'individuo, con primati di
frequenza, di buona condotta, ecc.
g)
Far pregare bene
36. — Supponiamo che un
catechista riesca a fare dei suoi alunni dei cristiani che pregano. E' a cavallo, ha ottenuto moltissimo. In
pratica, però, il caso si verifica di raro: ci sono molti ragazzi e cristiani
che «dicono preghiere», pochi che «pregano».
Due cose
deve fare il catechista per rimediare a questo inconveniente: dare ai fanciulli
un concetto giusto, ampio, simpatico
della preghiera e portarli alla pratica
della preghiera.
37. — Ecco alcuni
principii da inculcare un po' alla volta nei fanciulli, affinché abbiano un concetto
giusto, simpatico della preghiera.
1)
pregare vuol dire parlare con il
Signore: e non solo del paradiso, dell'anima, ma di qualunque cosa, proprio «chiacchierare»,
come si fa con un amico; si può parlarGli del papà, della mamma, del compito,
del gioco; e Lui non è lontano, ma è vicinissimo, ci sente, ed è tutto
contento che noi Gli parliamo;
2)
pregare è facile: non occorre che la preghiera sia lunga, basta anche corta, il
Signore non la misura con il metro; non occorre la formula, bastano le parole
che piacciono a noi, in italiano, in dialetto, magari con sbagli di grammatica;
3) non si
prega soltanto in Chiesa, ma dappertutto e spesso: per via, in iscuola, in casa,
durante il gioco, il fanciullo può raccogliersi un momento, salutare Gesù,
dirGli grazie, domandarGli scusa, senza che nessuno s'accorga.
38. — Ed ecco alcuni mezzi
per la pratica:
1) L'esempio
del catechista, che prega davanti ai. suoi alunni con convinzione,
compostezza e serietà;
2) Dare
alla preghiera recitata in comune un tono
pio, evitando noiose cantilene, facendo pause giuste;
3) Variare
spesso le formule e il modo di recitarle per togliere la monotonia,
l'abitudine, la meccanicità e introdurre la novità, che sorprende sempre
gradevolmente i fanciulli; ad esempio:
Recita
solo il catechista, lentamente, sommessamente, ma con parola calda, vibrata,
mentre i piccoli seguono in raccoglimento con la mente;
Recita un
solo bambino e gli altri seguono in silenzio;
Recita
tutta la classe, ma sottovoce, con belle pause dopo ogni frase;
Si
sostituisce alla preghiera un canto («Oggi faremo una preghiera cantata»),
ecc.
4)
Preparare, spiegare la preghiera che si sta per recitare o si recita, sfruttando
cose o circostanze che impressionano il fanciullo. Ad esempio: «Il vostro
compagno sta male, diremo la preghiera per lui... Oggi è sabato, giorno della
Madonna, diremo la preghiera a questa buona mamma...». Oppure, si ferma il
Pater...: Aspettate, avete detto «dacci oggi il nostro pane:..»; perché vi
capiti il pane è necessario che il vostro papà trovi lavoro, abbia salute,
chiediamo al Signore che aiuti papà», ecc.
5)
Richiamare spesso il pensiero che Dio ci vede, che è buono, che provvede, che
tutto dipende da Lui, in maniera che il fanciullo sia un po' alla volta pervaso
dallo spirito di fede, che gli fa
attribuire a Dio gli avvenimenti personali, familiari e sociali e lo fa
ricorrere a Lui;
6) Curare
molto l'atteggiamento del fanciullo
durante la preghiera: abituarlo a star composto, con le mani giunte; correggere
i difetti che ha nel fare il segno della croce (sono più frequenti di quello
che si crede); insistere, affinché a casa dica in ginocchio le preghiere del
mattino e della sera;
7)
Insegnare a trasformare in preghiera le
formule del catechismo già capite ed imparate. Sia la formula seguente: «Dell'anima
dobbiamo avere la massima cura, perché solo salvando l'anima saremo eternamente
felici». Aggiungendo e cambiando pochissimo abbiamo: «Credo,
o Signore, che dell'anima devo avere
la massima cura, perché solo salvando l'anima sarò
eternamente felice».
Usando questi ed altri mezzi, il fanciullo trova gusto nella preghiera,
la pratica con spontaneità, si abitua a farsi le formule da sé, sfrutta la
preghiera come mezzo per diventare più buono.
h)
Condurre alla pratica
39. — Una lezione di catechismo non è fatta bene, se non porta i
fanciulli a compiere qualche opera buona. Il fanciullo, quando ha capito una
cosa, vuol subito provarla; se è impressionato, è spinto ad agire. D'altra
parte, bisogna fargli capire che il catechismo non è imparare e diventar bravi,
ma diventar buoni e fare opere buone; non
è solo insegnamento, ma vita.
40. — Occorre quindi dare
molta importanza alla «buona azione»
o «vittoria» che è suggerita dal testo alla fine di ogni lezione. Il
catechista insista, perché la buona azione venga fatta, e nella lezione
seguente chieda se è stata fatta. Se il fanciullo vede che il catechista
domanda la pagina attiva, la risposta a memoria e dimentica la buona azione,
conchiude: la buona azione non ha nessuna importanza!
41— Le buone azioni da
suggerire ai fanciulli, devono essere ben
determinate e adatte. Non basta dire: «Siate buoni». E neppure: «Cercate
di essere obbedienti». Ma bisogna determinare dove, quando, in che modo devono
ubbidire: «Quest'oggi farete senza brontolare quel che la mamma vi ordina, per
amore di Gesù»; oppure: «Allora, siamo intesi, stasera prima di andare a
letto, chiederete scusa al Signore», ecc.
42. — Soprattutto, però,
il catechista deve preoccuparsi che i suoi alunni siano avviati alle pratiche
religiose e alla frequenza dei
sacramenti
e adoperare tutta l'influenza, la soave persuasione di cui è capace,
per fare che assistano bene tutte le feste alla S. Messa, che si confessino
spesso e bene, che si accostino alla S. Comunione.
A questo
scopo deve approfittare anche degli incontri casuali che ha con i suoi alunni fuori
di lezione. Incontrandoli uno o l'altro per la via, chieda a che punto siano
con la pagina attiva, con la «buona azione», se si sono ricordati della
preghierina, ecc.
V
1.
- Preparazione alla lezione
1. — E' necessaria. Non si fa
una casa senza prima stabilire e disegnare quanto deve essere grande, quante
stanze, quante porte, quante finestre deve avere. Una lezione è una
piccola casa: prima di costruirla bisogna pensarci su, vedere quanto deve
durare, quante parti deve avere, quali ornamenti bisogna metterci dentro, quali
frutti deve portare.
Una
lezione non preparata sarà una cosa confusa, noiosa, insipida, senza risultati.
Solo la lezione preparata con amore e diligenza, con le sue belle parti chiare
ed evidenti, coi suoi esempi, riesce bene.
2.
— Non basta dare un'occhiata al libro negli ultimi dieci minuti. Ci sono dei
catechisti che cominciano il lunedì a pensare al catechismo della domenica e
passano tutta la settimana nell'attesa gioiosa della lezione, meditandone con
amore il soggetto, riempiendosene la mente e il cuore. In questa maniera, oltre
le idee chiare, portano alla lezione un'anima che vibra e fa vibrare.
Il minimo
che ogni catechista deve fare è di:
a)
trovare nel Testo la lezione che
tocca, studiarla in modo da saperla
bene, ripassare la risposta a memoria;
b)
consultare
c)
stabilire quali parole spiegare, quale metodo
seguire, quali esempi, quali paragoni raccontare, quali immagini o oggetti
mostrare;
d)
fissare il compito e la buona opera da far fare;
e)
prevedere le principali domande da
rivolgere, tener in serbo qualche esempio in
più per il caso che i fanciulli fossero stanchi o disattenti.
3. — I fanciulli sono come
gli uccellini: vogliono saltare di palo in frasca, cambiare. Sarà quindi bene
cercare di avere per ogni lezione qualche
cosa di nuovo, che faccia piacere. Non cominciar sempre alla stessa maniera,
non far sempre le stesse domande. Almeno ogni tanto tenere una lezione
brillante, e in ogni lezione avere almeno uno spunto felice, attraente.
4. — E pregare. Far bene la lezione, anche se ci si è preparati con
diligenza, è sempre una grazia del Signore, che bisogna umilmente implorare.
2.
- Itinerario della lezione
5. — Chi dice «itinerario»
dice percorso o serie di tappe successive. Enumeriamo le varie tappe della
lezione del catechismo parrocchiale: 1) Il catechista si trova (con testo, guida
e registro) all'ora precisa nel luogo della lezione; 2) raccoglie e mette in
fila gli alunni; 3) entra con loro, in silenzio nell'aula o nel locale della
lezione; 4) attende che si mettano a posto ed aiuta a mettersi a posto; 5)
preghiera (eventualmente canto); 6) appello; 7) interrogazioni sulla lezione
antecedente; 8) spiegazione della lezione nuova; 9) riepilogo della lezione
nuova; 10) applicazioni pratiche; 11) assegnazione del compito; 12) preghiera;
13) uscita di classe.
6. — Alcune annotazioni: 1) I
fanciulli non possono balzare di punto in bianco da un gioco vivacissimo, da una
baruffa, alla preghiera e alla lezione: il catechista si preoccupi che il
passaggio avvenga dolcemente, calmi con un canto, con due o tre minuti di
attesa silenziosa fuori dall'aula; 2) La
preghiera non si comincia finché tutti non sono quieti e sereni; 3) Il
Registro funzioni bene sia nell'appello che nelle interrogazioni sulla
lezione studiata. Esso mette sempre un po' di soggezione ai fanciulli e dà un
po' il tono di scuola.
7. — Dopo la lezione,
rimasto solo o tornato a casa, il catechista preghi il Signore, ringraziandolo di essersi servito di lui,
chiedendo che gli alunni mettano in pratica le cose imparate. Buona cosa, se farà
un po' di esame con relativo proposito, sul come la lezione è andata, su pregi
e difetti. Cosa migliore, se avrà un «Diario» sul quale segnare prima della
lezione la preparazione o una traccia e, dopo, le osservazioni.
3.
- Disciplina alla lezione
1)
Idee da tenere sulla disciplina...
Una
nazione possiede ordine e disciplina, se ci sono queste due cose: leggi precise
e chiare (potere legislativo) e forza per farle eseguire (potere esecutivo e
punitivo).
In una
classe di catechismo ci sarà disciplina, quando si danno ordini ben chiari e si riesce con la presenza, con l'interessamento
insistente, con la persuasione o, alla peggio, con un po' di castigo, a farli
osservare.
Se gli
ordini non si danno, o non sono capiti da tutti, o nessuno li eseguisce o fa
eseguire, abbiamo confusione, disobbedienza, anarchia, tutto il contrario di
disciplina.
a)
...circa il «potere legislativo»
8. — Esser chiari
e precisi nel dar ordini. Spesso il fanciullo non ha eseguito perché non
aveva capito o non s'era ricordato. Per assicurarsi che ha capito l'ordine per
farglielo ricordare, farsi ripetere l'ordine («Hai compreso quel che ho detto?
Dimmelo su... Hai. trovato la pagina che devi studiare? Fammela vedere, segnala»).
Non dare
ordini, mentre i fanciulli sono in moto; dare pochi comandi, non cambiarli, ma
ripeterli spesso. Non comandar mai una cosa, quando si è sicuri che non sarà
fatta.
E
tener duro ai dinieghi. Quando s'è
detto di no, e le circostanze sono ancora quelle, non si deve cambiare. Perché
di solito, il papà si fa ubbidire più della mamma? Perché tien fermo e non
cede e i figliuoli lo sanno.
E niente
prediche quando si danno ordini; più parlate e più fate vedere ai
fanciulli che avete paura di non essere ubbiditi; poche parole incisive (non
amare ed ironiche) sono molto più energiche ed efficaci delle lungaggini.
b)
...circa il «potere esecutivo»
9. — La disciplina nostra
non è disciplina prussiana o del «baston
tedesco» («O fai questo o son bastonate!»); essa non vuole soltanto
portare il fanciullo a fare quella tal cosa, ma vuole portarlo a far
volentieri, di buon animo la tal cosa; non soffoca la libertà del
fanciullo, ma la educa ed alimenta facendo sì che egli
stesso, spontaneamente, voglia quello che noi gli ordiniamo.
10. — Attenti, però: «volentieri»,
«spontaneamente» non significa «senza sforzo», «senza fatica».Nessun
educatore educherà mai fanciulli e giovani, se non domanda e ottiene da loro
sforzi e sacrifici.
Un
catechista dice: «Voglio risparmiare ai miei fanciulli qualsiasi sforzo». Non
ha capito nulla di educazione, nulla della vita. Un altro giorno fatti grandi, i
fanciulli troveranno pure il duro, l'aspro e l'amaro. Bisogna dunque prepararli
adesso! D'altra parte, senza fatica, non c'è nulla di grande a questo mondo.
Deve dire invece: «Voglio che si sforzino, che si abituino al sacrificio: il
riso, il gioco, la giocondità sono un aiuto, e niente più».
11. — La disciplina di cui
parliamo, presuppone nel catechista certe qualità indispensabili. Prima, il
prestigio. Lo si ha, quando il fanciullo prova verso il catechista un senso
di riverenza e di stima per la sua bontà, per la scienza, per la capacità di
fare. Il fanciullo è un po' come il selvaggio: ha bisogno di vedere nel capo
che lo guida un uomo più capace, più forte, più bravo di lui. Altrimenti non
lo segue.
12. — Altra qualità, la bontà...
purché non sia troppa. («Uomo buono», non «bonomo», («dar confidenza»,
non lasciar che «prendano confidenza!»). I fanciulli devono vedere che il
catechista è buono e li ama, ma insieme devono provare una certa soggezione di
lui, altrimenti Io «prendono sotto gamba» ed il prestigio salta.
13. — Terza qualità, la
fiducia in se stesso. I fanciulli devono avere l'impressione che noi siamo
provetti, sicuri, capaci e devono sentir ciò dal nostro sguardo, dal tono della
voce, dal contegno, dalle mosse. Guai, se ci vedono timidi, malsicuri,
impacciati.
14. — Qualità forse
principale, però, è quella di riuscire
interessanti. Il più delle volte i ragazzi sono indisciplinati, perché non
li sappiamo interessare, diciamo loro cose che non li interessano o in un modo
inadatto, o non ci siamo preparati alla lezione.
15. — La disciplina che
noi intendiamo considera ottimi mezzi i
premi e l'emulazione. Il più facile di tutti i premi è la lode:
data con prudenza, a tempo opportuno, incoraggia, sprona allo studio. Quanto
agli altri premi, siano grandi o piccoli, non è il darli che conta, ma
il modo con il quale sono stati dati, le parole, lo sguardo che li accompagnano.
Il voto,
se saputo adoperare, dà ottimi risultati per la disciplina. Lo sa adoperare il
catechista che gli dà importanza davanti ai fanciulli; che usa il voto
soprattutto per incoraggiare («Hai saputo benino, più dell'altra volta, otto;
e se continui così arriverai anche al nove»), che sa regalare talvolta qualche
punto.
c)
...circa il «potere punitivo»
16. — Il sole ha qualcosa
da insegnare, qui, al catechista, il sole che alle cose somministra continuamente
luce e calore, spesso pioggia e vento,
di rado fulmini e tuoni.
Il
catechista deve continuamente ai suoi
alunni affetto e premura, spesso
raccomandazioni ed esortazioni, di rado
interverrà con rimproveri e castighi.
17. — I quali castighi
devono essere dati con molta prudenza, se si vuole che siano efficaci.
1) Cominciare dal poco
(mostrarsi non contenti, meno benevoli, occhiata severa; richiamo; minaccia di
castigo); arrivare al castigo vero e proprio solo con i pertinaci, che, nonostante avvisi e richiami, sono già alla
terza o quarta mancanza; non infligger punizioni corporali, ma piuttosto privare
di qualche cosa, cui i fanciulli tengono.
2) Non è il castigo in sé
che corregge il fanciullo, ma il dispiacere e il desiderio di vederlo migliorare
che il catechista esprime nel castigare.
3) Non castigare, se non si
è sicuri della mancanza, lasciate che
il fanciullo si difenda: se lo si trova innocente, mostrare dispiacere di averlo
punito e contentezza per averlo trovato innocente.
4) Non
castigare mentre si è agitati; mai
arrabbiarsi.
5) Correggere possibilmente in
privato; non costringere un fanciullo a comparire davanti ai compagni con il
viso rosso e in lacrime per rimproveri subiti.
6) Se il
fanciullo si emenda prima del castigo, perdonarlo.
2)
Accorgimenti pratici per la disciplina
18. — Adoperare bene gli occhi, per far sentire ai fanciulli che li
osserviamo e che sono visti in ogni loro movimento. Per questo le classi siano
poco numerose e quando si usano le panche,
queste non siano disposte a linee parallele, ma a semicerchio o a ferro
di cavallo. Così tutti gli alunni sono visti completamente e a nessuno
capita la tentazione dalla seconda o terza panca di disturbare coi piedi o con
le gambe i compagni della prima o della seconda.
19. — Procurare che entrino
in classe con ordine ed in silenzio: assegnare i
posti in modo che non si trovino
insieme due disturbatori; e i posti siano fissi, in modo che non ci sia,
entrando, la gara e la corsa per trovare il posto. Tener presente che essere
deboli all'inizio della lezione vuol dire aver battaglia perduta per tutta la
lezione.
20. — Non cominciare mai la
lezione con il rimproverare coloro che fanno rumore nel metterei a posto. Il
rimprovero messo in principio getta una luce poco simpatica su tutta la lezione.
Invece si loda chi si è già messo a posto, si aspetta con
calma, invitando con lo sguardo, che
si mettano a posto gli altri, e si comincia la preghiera solo quando s'è fatta
l'attenzione ed il silenzio.
21. — Essere un po' furbi
e presentare la disciplina sotto una luce
bella e simpatica. Non dite: «In questa classe io voglio disciplina! Farò
rigar diritti tutti quanti e castigherò gli indisciplinati!». Mostrereste la
disciplina in un aspetto duro e spingereste i fanciulli a sbarazzarsi di lei.
Dite, invece, così: «Voi conoscete Bartali, Coppi... gli aviatori, gli
alpinisti... Brava gente che signoreggia le strade, i cieli, le montagne... Ma
sapete come hanno fatto a diventare così in gamba?... Si sono sottoposti alla disciplina...
Bartali si allenava sotto la pioggia, sotto il vento, con la fame, con la
sete... con disciplina. Anche noi faremo un po' di disciplina». ...E'
probabile che si abbia un effetto migliore che nel primo caso.
22. — Non bisogna
moltiplicare proibizioni e divieti: «Quello non si può, questo neanche, lì
non dovete andare...», il fanciullo si sentirebbe soffocato e sentirebbe che la
disciplina è un peso, mentre bisogna farla apparire leggera; certe cose
fargliele prima amare e poi proporgliele; certe altre farle apparire come
premio, mentre sono necessarie.
23. — E saper comprendere.
I fanciulli sono sempre fanciulli: certe indisciplinatezze sono irrequietezza,
non cattiveria. Non andar dietro le minuzie e concedere un respiro quando è
ragionevole. Sbuca un topo di sotto un armadio: tutta la classe è in piedi...
Cosa volete fare? Sarebbe esagerato alzare la voce, rimproverare. Cercate di
calmar via alla meglio, con bontà.
24. — Siete mai saliti in
groppa ad un puledro? Sì? Allora sapete che ogni tanto bisogna allentare le
redini e lasciargli un po' di respiro. Non abbandonate però le redini sulla
cavezza, se no vi possono capitare dei guai. Così con la classe: ogni tanto un
po' di respiro, un racconto, qualcosa che sollevi; ma non far ridere troppo, lasciando scoppiare l'ilarità; pochi son
maghi da riportare con un colpo di bacchetta magica l'ordine interrotto.
25. — Provate ad abbassare
la voce, quando i fanciulli cominciano a distrarsi o a parlare. Subito,
tutte le teste si alzano, gli occhi, fissandovi, interrogano: Cosa farà adesso?
Cosa vuole con questa voce dolce e sommessa? Niente. Solo che stiate attenti,
perché il catechista sa che per far tacere non si grida, ma si parla piano e si
tace...
26. — Qualche volta parlar
piano non basta: i fanciulli sono stanchi. Ecco pronto un bel fatto, un
cartellone a colori. Oppure si invitano ad alzarsi in piedi: una preghiera, un
canto sommesso; si è introdotta una nota più vivace, si son fatti muovere e si
può riprendere. I vari alimenti dell'attivismo sono anche aiuti per la
disciplina.
27. — Quando un fanciullo
è mancato alla lezione, ci si informi del motivo, ci si interessi passando a
casa sua. Quando un ragazzo non sa, perché timido, pregare qualcuno di casa o
una persona vicina che se ne occupi. Nel caso poi di qualche disturbatore
incorreggibile, è forse opportuno farlo dimettere dal Parroco.